L’ISOLA, L’ARCIPELAGO.

Il 6 novembre 2015 ho presentato TRA DUE VITE alla Casa della Cultura di Milano.

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Con me, al tavolo di conversazione, c’erano Elena Rosci, amica, psicoterapeuta, autrice di numerosi saggi; Alberto Cristofori, traduttore, scrittore, consulente editoriale; Stefano Gastaldi, psicoterapeuta, direttore scientifico di Attivecomeprima Onlus.
Fabio Daneluzzi ha letto passi scelti dal libro. Arsene Duevi ha cantato e suonato. Nico Cavallotto e Luciano Steve hanno fotografato. Presente Alessandra Mascaretti, la “mia” editor e amica.
Johnny Dell’Orto, regista di Agama.
Un gruppo di persone di alto valore, a me vicine prima, durante, dopo il trapianto.
Ero insieme con loro. Venerdì 6 novembre. Trepidante. Concentrata. Emozionata.
Nel corso dei giorni precedenti una certa ansia da esposizione si era insediata nei miei pensieri attraverso fantasie di fuga su isole deserte, dove potermi rilassare davanti a tramonti solitari.
La fantasia di fuga come rovescio della medaglia del desiderio di essere visti.
Il desiderio di solitudine come rovescio della medaglia della propensione alla condivisione.
Nel libro avevo travasato, distillandoli, i miei pensieri più intimi.
Era giunto il momento di mostrare anche la faccia.
Non facile per una persona come me, abituata fin da piccola a rappresentarsi in tonalità minore, in quella zona delle retrovie della vita dove si lavora tanto e si manifesta poco. Dove si fa e si tace.
Uno stile certamente fuori moda, esito di una certa educazione piemontese vecchio stampo, oggi in controtendenza, in devianza mediatica. A rischio di non essere neppure visti.
Ero al tavolo con questi pensieri, confortata dalla presenza dei relatori e dei collaboratori.
Con loro, ero certa, ce l’avrei fatta.
In sala la mia famiglia: il marito, i figli, un cugino. Gli amici più cari, ognuno capofila di un drappello di partecipanti. Le donne e gli uomini del coro in cui canto da anni. Presenze umane su cui posso contare, persone della rete quotidiana, quella che fa proprio parte della mia personale esistenza.
Già così eravamo un centinaio. “Tanta roba” come dicono i ragazzi.
Poi é accaduto l’incredibile. Nell’arco di mezz’ora ho visto entrare un flusso ininterrotto di donne e di uomini che hanno occupato la sala fino in fondo, sopra gli scalini, sui muretti laterali, sulle sedie aggiunte, in piedi accanto alle porte principali.
Più di 200 persone arrivate lì, alla Casa della Cultura, un venerdì sera alle ore 21.00, come balzate fuori da una linea del tempo, i trent’anni della mia vita a Milano: colleghi e genitori delle scuole dove ho insegnato, amici delle scuole frequentate dai miei figli, persone conosciute quando lavoravo nelle ricerche di mercato, medici con i quali collaboro per la cultura della donazione, associazioni con le quali collaboro come volontaria. E poi amici degli amici, sconosciuti lettori, estimatori di autobiografie.
A quel punto, se non ci fossero stati i collaboratori di cui sopra, mi si sarebbe allappata la bocca e non avrei parlato.
Sarei scappata sul primo treno verso qualsiasi porto.
Avrei traghettato alla volta di Procida o di Stromboli, mare permettendo.
Ma anche un’isola si avvale di un arcipelago, di un sistema di terra e di mare. Di un cielo.
L’isola non è mai sola, é solo un po’ appartata, è una cosa singola che sta dentro il molteplice.
Prima di cominciare ho guardato tutti. In ognuno ho riconosciuto un frammento della mia storia.
In altri, sconosciuti al momento, ho visto annunci di storia presente e futura.
Tutte quelle presenze. Isole dell’arcipelago.
Mi sono sentita bene. Molto fortunata. Molto in vita.
Così, dopo aver vissuto e scritto, ho potuto parlare …

 

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